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lunedì 17 giugno 2019

Luca Conti, Un titolo vale l'altro (poesie 2016-18)


Con molta soddisfazione, dopo qualche mese di lavoro, abbiamo stampato. Io e Eddy, di Carta canta print shop, in piazza dell'Ateneo Salesiano, che consiglio caldamente, dai menù ai libri d'arte alle magliette serigrafate. La carta della copertina è fabbricata a mano in un mulino a vento olandese. Nulla è stato lasciato al caso. Un sacco di bozze, in cui poesie entravano, uscivano, cambiavano.


Includo in questa presentazione anche un testo, una poesia dedicata in qualche modo alla bici, l'unica del libello su questo tema. Ah, il libro non ha prezzo, non ha editore, non ha isbn ed è stato stampato in 60 copie.





Pedalare nella Via Lattea


Pedalare nella Via Lattea,
lanciando alle stelle molliche di pane
e grida di avvertimento agli incroci.

Quando la pelle suda
e passa tra un frastuono amplificato,
nelle nubi di vapore e il metallo dissepolto
c'è il mistero di questo universo,

antico, profondo, freddo e buio,
inesplorato e inaccessibile ai
suoi innumerevoli abitanti, abbarbicati in misura
variabile a masse planetarie da reinventare,
mentre altri si accontentano, esistono
e non implorano, neanche chiedono, adesso.

Su, su, portami a spasso,
drin, drin,
spostatevi all'incrocio,
l'incrocio galattico
ora è mio. 



                                                           (ottobre 2017)


mercoledì 12 dicembre 2018

Buon Bancale!


Buon Bancale a tutti, per un caldo inizio d'anno!!! Non sradicare un abete, che poi morirà, ma taglia un bancale d'abete recuperato, per poi bruciarlo alla Befana. Tutto gratis e sei davvero trendy con il recupero dei bancali.

domenica 29 luglio 2018

Nell'antro dei pignoni roventi: da Valerio

L'appuntamento è al Gianicolo, alle 8 di sabato mattina. Arrivo nel luogo concordato con la mia minibike con ruote da 14". La corona a 28 denti mi'ha ha obbligato a circa 750 mila giri di pedale per arrivare fin qui, ma forse sto sovrastimando. Comunque, un viaggio da criceto nella sua grande ruota. Questo pedalare a vuoto  è anche una delle ragioni dell'appuntamento. La strada è deserta. Poi si materializza una bici. La persona in sella sembra non faticare minimamente, nonostante la velocità sostenuta. Si tratta di un tipo dalle fattezze orientali. La bici in realtà è un tandem. L'uomo mi si accosta: mi parla con uno spiccato accento russo. Carichiamo la mini bike sul portapacchi. Il tipo mi chiede di salire dietro, poi mi benda. Inizia un giro piuttosto tortuoso, il mio accompagnatore pedala forte e, ovviamente, devo adeguarmi al suo ritmo. Un paio di volte mi chiede se è tutto a posto, gli rispondo di sì. Il mio desiderio di visitare una delle batcaverne ciclistiche più interessanti di Roma sta probabilmente per esaudirsi, ovviamente insieme all'incontro con uno dei più tenaci pedalatori che io abbia mai visto. Oltre ad affrontare viaggi lunghi impervi, salite dei passi alpini con le sue bici a due piani, sempre in autonomia, con un bagaglio di tutto rispetto, Valerio è anche uno dei migliori saldatori che io conosca.
L'arrivo è preceduto da una ripida discesa, il rimbombo mi conferma che stiamo scendendo in un garage. Il russo orientale sparisce in un baleno con il suo tandem. Dopo, probabilmente, verrà a riprendermi per portarmi da qualche parte. Una semplice misura precauzionale per mantenere il giusto riserbo sulla collocazione di questo luogo. Lo spazio è molto grande, ben illuminato e pieno di bici, in particolare bici a due piani, in inglese tall bike. Le opere di Valerio denotano un notevole lavoro per rendere questi telai leggeri e robusti, superando la fase pionieristica del duepianismo italiano 1.0, in cui semplicemente due telai venivano saldati uno sopra all'altro. Non troppo belli dal punto di vista estetico, questi primi modelli avevano anche lo svantaggio di impennarsi facilmente.Forse il primo esempio di una nuova tendenza è stata una bici di Piero apparsa in una Ciemmona, con i foderi verticali che dalla ruota arrivavano alla sella, in quel caso erano barre quadre di ferro.Valerio è andato in quella direzione e ha proseguito, fino all'ultimo esemplare di bici da viaggio con ruote da 29", che è uno spettacolo.


Leggera, con i freni a disco, ma con i bolt sia per le ruote da 26 che da 28, con un manubrio da viaggio che sembra il ponte di comando di un'astronave, questa bici è davvero straordinaria e già battezzata e collaudata con parecchi chilometri, e anche parecchie salite molto impervie (a Valerio piacciono le salite alpine). La due piani è smontabile e può essere caricata facilmente sul treno. Ma queste cose le devi calcolare bene e le devi saper fare.

La parte gialla si divide da quella arancione


Sistemi semplici e ingegnosi permettono di stipare i pezzi, che forniscono il materiale di base alle lavorazioni.



Il banco di lavoro è fatto con palanche da cantiere. Rozzo, robustissimo e perfetto per il suo scopo. Sul tavolo parecchie cose. Osservo che bisognerebbe tenere in ordine, che tutti insistono con questa cosa dell'ordine, che serve a prevenire gli infortuni, a concentrarsi meglio, ecc. ma poi almeno per me il tavolo è come una lavagna sulla quale stanno segnate le cose da fare, pezzi smontati messi in un recipiente, punti interrogativi da risolvere. Almeno a me piace molto portarmi avanti due o tre cose alla volta, perché quando un lavoro va in crisi ed è necessaria una pausa di riflessione, mi butto su un'altra cosa, magari più facile. Quindi il disordine è inevitabile, o quasi. Valerio è molto alto e fatica a trovare un telaio normale della sua misura. Non so se è per questo che si è dedicato assiduamente alle due piani o comunque ha imparato a saldare bene e farsi le bici da solo.

Particolare dell'ultima creatura di Valerio
L'ultima bici da viaggio realizzata è piena di attacchi per le borracce. Il suo autore pensa a viaggi lunghi e in luoghi con poca acqua. Comunque la versatilità del mezzo è notevole. Con il sedere a due metri da terra, non gli mancherà nulla.

Parliamo ininterrottamente, ma gli argomenti non finiscono mai. Il tempo sembra sospeso, mentre imparo un sacco di cose. Taglio qualche tubo, poi Valerio fa la sagomatura decisiva. Alla fine accende il saldatore. Il casco spaziale è pronto. Si salda. Vedete il mio progettino realizzato qui.Comunque gli ho chiesto se per favore mi saldava una seconda scatola per il movimento centrale sopra quella preesistente per permettermi di montare una corona più grossa.


Tra le bici realizzate da Valerio, ce n'è una che sembra il prototipo della bici paesana. Anche lui apprezza e coltiva il ciclismo paesano.Asimmetrica, sorta, arrugginita come un badile di campagna che ha preso troppa acqua. Potrei dire, esagerata e sconveniente nel dettaglio, ma magnifica nell'insieme.


Grazie al riuso, la saldatura permette di glorificare anche i telai più indigesti
Tra le altre cose, c'è anche un cargo davvero notevole. Provo a farci un giro, per me è un po' complicato sterzare.

Noto su Instagram come Pedalerio, facendo un giro sul web è facile capire che i viaggi di Valerio sono costellati di incontri e grazie all'ospitalità di tante persone spesso non è neanche necessario montare la tenda.

Courtesy meteocalabria.net

 Le ore corrono. Dopo che il lavoro è finito e il ferro si raffredda, continuiamo a chiacchierare fittamente. Poi è il momento di salutarci. In un attimo, il tandem con l'orientale russo a bordo di materializza. Monto la bici sul portapacchi, davvero molto soddisfatto per la svolta decisiva del mio progettino. Bendato, comincio a pedalare. Dopo una quarantina di minuti, in pieno centro, scendo dal tandem, saluto e proseguo in mini bike. 

lunedì 29 febbraio 2016

Il Letatlin, la bici aerea

Il Letatlin venne costruito nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche da Vladimir.Evgrafovich Tatlin (Влади́мир Евгра́фович Та́тлин, 1885-1953), fra il 1929 e il 1933.


L'artefatto era ispirato dalla passione dell'artista per il volo, gli uccelli e gli insetti, all'interno di una concezione di una società guidata collettivamente, secondo principi egualitari, in cui l'arte aveva lo scopo di servire il popolo - e al popolo - anche attraverso una serie di esperienze liberatorie e mistiche totali. 


Влади́мир Евгра́фович Та́тлин
In questo caso, l'oggetto dell'emancipazione era una macchina che avrebbe dovuto liberare l'uomo dalla schiavitù dell'attrazione gravitazionale, permettendogli viaggi volanti in base alla sua sola forza muscolare. Il Letatlin era infatti una macchina a pedali formata da una sottile struttura in legno ricoperta di seta. Il termine fu inventato dall'artista, mettendo insieme il verbo volare, in russo "letat", e il suo cognome.



Ornitottero, si denomina questo genere di mezzo volante. Solo che il Letatlin non volò mai. Tatlin ne costruì diversi esemplari. 
Mi permetto in questo breve saggio di fare alcune ipotesi e lo affido al web come un messaggio nella bottiglia gettato tra le onde del mare. Ne approfitto per ringraziare l'amico Saverio Bragantini per la lettura del manoscritto e le acute osservazioni. 


Il Letatlin ricosrtruito da Jürgen Steger nel 1991
Lo slancio per "una nuova arte per un nuovo mondo" forse si stava attenuando, il volo della rivoluzione estetica e globale ... La notorietà pubblica di Tatlin, all'epoca della progettazione dell'opera volante, era dovuta principalmente al progetto del gigantesco Monumento alla Terza Internazionale, 1919-20, una torre che si sarebbe dovuta innalzare per circa 400 metri, realizzata in metallo e vetro, con una forma che, sommariamente, possiamo descrivere come a due spirali che corrono parallele, ma in modo piuttosto sghembo. Una specie di Torre di Babele di Pieter Brueghel il Vecchioma più ardita nelle sue irregolarità.



L'opera non fu mai realizzata, ci sono rimasti solo progetti e modellini. Un progetto molto, forse troppo ambizioso, per la Rivoluzione appena compiuta. Basti pensare che all'interno della struttura avrebbero dovuto trovarsi ben tre edifici ricoperti di vetro, ciascuno con una diversa velocità di rotazione: il primo, cubico, pensato per ruotare su se stesso nel giro di un anno; il secondo piramidale, a rotazione settimanale; e il terzo, cilindrico, con rotazione mensile.




Teniamo conto di questo progetto rivoluzionario non compiuto, di questo "assalto al cielo" irrealizzato, e dei contrasti crescenti con l'establishment istituzionale sovietico, quando andremo a esaminare il Letatlin.

Si dice che negli anni '20, Tatlin iniziasse a cercare nuove direzioni del volo umano. In realtà, la macchina che prese corpo era modellata su ornitotteri già noti, basti pensare a quelli di Leonardo da Vinci. Secondo l'artista, animato da una concezione mistica, la macchina avrebbe restituito all'uomo la capacità di volare, perduta all'inizio della sua evoluzione. In qualche modo è vero, dato che il percorso evolutivo dell'uomo a un certo punto si è separato da quello dei volatili. D'altra parte, il Letatlin era un'esplorazione ardita delle possibilità della scultura: un'opera mobile, da indossare. Con questa estetica, l'artista russo anticipò i 
Mobiles di Calder. Tecnologia, misticismo, utopia, si fondevano in un'unica realizzazione.

Tatlin realizzò diverse versioni della sua macchina, assemblando sughero, cavi metallici, fino a includere un osso di balena come asse portante. Sebbene i materiali impiegati fossero finalizzati a una complessiva leggerezza e funzionalità del mezzo, che aveva una sua logica, ossia almeno apparentemente avrebbe potuto volare, mi permetto di formulare un'ipotesi. Tatlin voleva davvero solcare i cieli, ma non viveva sugli alberi o in una caverna. Viveva in una delle nazioni tecnologicamente più avanzate del mondo. Non formulò queste idee nel 1910, mettiamo, ma sul finire degli anni Venti quando la ricerca e l'industria aeronautica sovietica conobbero un'impressionante accelerazione. Davvero credeva che la sua opera avrebbe fatto volare un uomo?  Eppure, Vladimir si applicò al progetto con logica scientifica, fece molti calcoli e dissezionò insetti per carpire i segreti biologici del volatili. Ma era un'artista, benché impregnato di costruttivismo, non un ingegnere. Per la sua idea si riconnesse con il mito di Icaro e avanzò anche critiche profetiche nei confronti dell'inquinamento prodotto dagli aeroplani. E qui gli amanti della bici e dei pedali non possono che avere un sussulto. L'artista intendeva costruire una "bici aerea" (ossia un 'cicloplano') che non inquinasse, già ben conscio della quantità di gas di scarico emessa dagli aeroplani.
 E si scagliò anche contro le forme dei mezzi volanti ideati dagli ingegneri, che, parole sue, "realizzano forme dure. Male. Con gli angoli. Si rompono facilmente. Il mondo è rotondo e morbido" (Cit. in Christina Lodder, Russian Constructivism, Yale U. P., 1983), p. 214.)  Il Letatlin nasceva quindi come tentativo ambizioso di fornire all'uomo una variante molto più semplice, ecologica, liberatoria e artistica dei normali velivoli a motore. Nasceva, allora, in una logica oppositiva a quella che si configurava come una normale modalità di trasporto. Il Letatlin, dunque, diveniva l'emblema della possibilità che oggetti apparentemente complessi possono essere ricondotti a materiali e principi costruttivi tutto sommato semplici e a forme più elementari, derivate da quelle organiche. Questo è lo stesso principio della bici rispetto all'auto intasata nel traffico, Tatlin aveva già capito dove si sarebbe andati a parare... (Qui c'è un link al catalogo della mostra di Tatlin del 1933. Mostra che, paradossalmente, costituirà la fine del progetto, non un suo ulteriore sviluppo). 
La realtà politica e il ruolo dell'arte all'interno del mondo sovietico stavano rapidamente cambiando. Dal 1930 al '33 - il periodo in cui si sviluppa il progetto del Letatlin - l'artista lavorò nel suo Laboratorio scientifico e sperimentale, all'interno del Narkompros. Tatlin fu aspramente criticato per la sua ricerca, considerata troppo solitaria, in opposizione allo spirito cooperativo del nuovo Realismo socialista. L'artista difese il suo progetto, in nome di un'artigianalità a misura d'uomo, contro i prodotti in serie. Incidentalmente, facciamo notare che nel febbraio del 1929 Lev Trotsky venne deportato in Turchia, dove rimase per quattro anni, ecc. ecc. per poi finire ammazzato nel 1940 da un emissario di Stalin. 
Dal '32 al '33, Tatlin mise a punto alcune varianti al progetto, con o senza pedali, che furono esposte al Museo Pushkin di Mosca. Negli anni Trenta c'è uno iato nella biografia del Nostro: ed è una fortuna, perché molti finirono lì la loro carriera, nel gulag o fucilati. Quel che è certo è che, dopo il 1933 la sua opera, come quella di tanti altri, viene screditata dal nuovo Realismo socialista, tendenza dominante, imposta dallo Stato. Nel 1932, infatti, un decreto di Stalin intitolato "Sulla ricostruzione delle organizzazioni letterarie e artistiche", metteva i sindacati degli artisti sotto il controllo del Partito Comunista. In questo modo, fu imposto lo scioglimento di tutti i gruppi d'avanguardia che si discostassero dalle direttive del Realismo. Due anni più tardi, Stalin definì ancora più rigidamente i connotati del Realismo socialista, unificando obiettivi estetici e ideologici, per un arte che fosse "socialista nel contenuto e realista nella forma". Non sorprende che le opere di Tatlin, a questo punto, fossero screditate, in quanto considerate troppo utopistiche e individualiste, secondo i nuovi canoni. Nel corso degli anni Trenta l'artista tornò all'arte figurativa, dedicandosi alla scenografia teatrale e al disegno industriale. Una fine certo meno brutta di altri suoi colleghi.  

Facciamo un passo indietro. Vorrei avanzare qualche ipotesi sul significato del collaudo pubblico del Letatlin, risalente al 1933. Dopo aver speculato e sperimentato per più di tre anni sul suo manufatto, Tatlin decise di mettere alla prova il suo velivolo: forse era autunno - anche se gli abiti dei convenuti nelle foto, un po' troppo estivi, tenderebbero ad escluderlo - forse il luogo prescelto era la cittadina di Zvenigorod, vicino Mosca. Guardiamo la scena. Ci sono indubbiamente simpatizzanti, collaboratori...



Le ali sono dispiegate; l'artista-scienziato, aiutato da alcuni assistenti, si preparò a volare, ad abbandonare questa terra avara e meschina, quasi una versione socialista del superuomo. 



La corsa a rotta di collo, immaginiamo, la pianura che si spalanca inutilmente davanti a un mezzo che, come una gallina, può fare al massimo qualche sobbalzo. L'esperimento fallisce. Eppure, Tatlin non era uno sprovveduto. Conosceva le possibilità del suo mezzo, ci lavorava da vari anni, aveva studiato insetti e uccelli, avrebbe potuto (e forse lo avrà fatto) condurre esperimenti evitandosi la presenza del pubblico. 

La mia domanda, a questo punto, è: l'artista era conscio che il Letatlin non poteva volare? La mia risposa è sì. La mia ipotesi è che Tatlin affrontò coscientemente il fallimento,  che al contempo fu il fallimento della sua idea costruttivista di arte nell'Unione Sovietica. Icaro fallì, volando troppo in alto e avvicinandosi troppo al Sole; Tatlin fallì rimanendo incollato al suolo e facendo di questo fallimento la sua performance finale. Nel nome di Majakovskij, morto suicida nel 1930, nel nome del gruppo dei costruttivisti e della brutta piega che il mondo dell'arte sovietica aveva preso nel 1932. Una ribellione contro le regole, la sovversione del decreto staliniano, attraverso un ulteriore assalto al cielo. Un secondo tentativo, dopo quello intrapreso con il progetto di monumento alla Terza Internazionale. Nessun commentatore finora ha colto l'analogia tra questi due work in progress, due fallimenti che hanno segnato invece profondamente, come "opere apertissime", i destini dell'arte novecentesca, più di molti altri capolavori indiscussi.  

"Io non mi piegherò mai, questa è la mia idea di arte, quest'arte che ora fallisce di fronte alla realtà, di fronte alla vostra, stupida realtà: voi, stupidi servi del sistema politico, a voi che avete un'idea meschina della rivoluzione, che con le vostre idee rischia di fallire". Forse il senso profondo dell'opera di Talin sta qui, in queste parole in cui provo a immaginare i suoi rabbiosi pensieri e in quel volo che fallisce, liberatorio, in cui l'artista ha dato tutto e in cui, contro tutti i pronostici avversi, prova a staccarsi da terra. 

Luca Conti, 28 febbraio 2016

(Per favore, citate la fonte, se utilizzate parti di questo articolo. Evitatevi figuracce: il web fornisce prove abbastanza evidenti di plagi e copia-incolla) 

giovedì 2 aprile 2015

6-wheeled skate board

6-wheeled skate board, by Rotazioni Lab
My new human-powered vehicle. A sort of concept cargo skate with 6 wheels. Testing now in Rome.

sabato 28 marzo 2015

Ripristino Boby Trolley,1970, di Joe Colombo



Mi sto divertendo a restaurare un reperto anni Settanta. Si tratta del celebre Boby Trolley del geniale designer Joe Colombo. Si trova in commercio a soli 450 dollari, ma io l'ho trovato davanti a un cassonetto gratis. È il secondo che trovo, per un totale di 900 dollari. Se volete chiamarla immondizia, fate pure. Ma non è solo l'aspetto economico a interessarmi. Qui si tratta di un pezzo di storia. È interessante ricostruirla a partire da poche informazioni. La piccola opera di ripristino mi ha permesso di approfondire le caratteristiche delle ruote piroettanti per sedie, mobili, ecc. La genialità di Joe Colombo consiste nell'aver immaginato oggetti futuribili, che resistono ancora oggi grazie alla loro carica innovativa, poiché su molti versanti estetici, etici e politi, rispetto agli anni Sessanta siamo regrediti. Oppure copiamo stancamente quell'epoca di innovazioni radicali. Colombo morì nel 1971, a soli 41 anni, avendo però isegnato profondamente nella storia del disegno industriale.  

Il Boby Trolley (1971)
L'oggetto integrato, mobile, connesso con altri oggetti e con l'ambiente, fino alla concezione di nuovi modelli abitativi.come il Visiona '69, per la Bayer.


Cucina di Visiona '69
Ma smettiamo di sognare a occhi aperti e torniamo al  Boby Trolley. Atttrezzo da ufficio,. presente ancora in alcuni studi di architettura. oggetto feticcio. Bianco costa una cinquantina di dollari in meno. In effetti, il mio è bianco, è meno bello, è ingiallito. Una ruota del reperto è rotta, le altre due sono bloccate. Ricordo che gli oggetti (tavoli, comodini, sedie, ecc.) con tre punti d'appoggio - a differenza di quelli a quattro - non "ballano" mai. Il mobile è imperniato su tre lunghi ferri che tengono le ruote, sulla sommità sono chiuse da una vite a due fori. Torna utile uno strumento ciclistico per svitarle. 

                                     
I ferri vengono via un po' a fatica, sono molto arrugginiti. Bisogna fare attenzione, perché il mobile è di plastica e abbastanza fragile. Una volta smontati i ferri, li pulirò con gasolio, per poi asciugarli e ingrassarli. 


La ruota è fissata a incastro. Gli attacchi delle ruote piroettanti attualmente in commercio sono i seguenti: a vite da 8 MA, a vite da 10 MA, a innesto rapido (come in questo caso) e a piastra (ossia l'attacco con piastra quadrata e quattro viti o bulloni). Per l'innesto rapido, basta tirare o spingere.


In questo caso uso un pappagallo da idraulico per serrare il ferro e tirare via la ruota.


Il ritrovamento di una sedia da ufficio con ruote a innesto rapido, mi fornisce tre ruote di plastica praticamente nuove.


martedì 14 ottobre 2014

FabLab a Roma

Un breve elenco dei Fab Lab presenti a Roma


FabLab Roma Makers (Garbatella)

Palestra dell'innovazione (Quadraro)

Famo cose (Pigneto)


Fablab SPQwoRk (Stazione Tiburtina)


Un elenco a livello nazionale si trova su FB qua.

Recession design

Il collettivo Recession Design è formato a circa 40 designer e offre istruzioni per realizzare oggetti e arredi Hanno così reso disponibili online progetti, da realizzare in casa o in laboratorio. Le istruzioni stanno qua. Da un po' anche designer autorevoli, come Michele De Lucchi e Alessandro Mendini stanno dando il loro contributo al progetto. Un'idea open source che permette risparmio e soddisfazioni. Il collettivo ha in animo di aprire un laboratorio aperto a tutti, come tanti ne stanno sorgendo in Italia (vedi articolo qui).

Come ha detto Edoardo Pratelli, un fablab è un "laboratorio di idee" in cui c’è tutto ciò di cui c’è bisogno per "hackerare la realtà"




domenica 12 ottobre 2014

Mini bike

Qualche anno fa incominciai a interrogarmi se fosse il caso di realizzare una mini bike, che nelle mie intenzioni era una bici piccola, portatile e dalle prestazioni versatili - per esempio per il tipo di terreno da percorrere -, ma che allo stesso tempo fosse pedalabile da un adulto (nella fattispecie da me, la cavia, ma anche l'"utilizzatore finale"). 'Pedalabile' è un termine ampio e vago: con esso, intendo la possibilità  di usare il mezzo per un uso intermodale e quotidiano, per esempio con rapporti che non girassero a vuoto o un manubrio troppo scomodo.
L'occasione è venuta dal ritrovamento di un telaio da bambino piuttosto robusto e nuovo, dotato di bolt per i v-brake. Una visita alla Ciclofficina popolare Ex Lavanderia mi permetteva di rimediare le due ruote da 16". Avevo già in cantina due splendidi copertoni big apple da 16"x2", manubrio e pipa giusti (particolare delicato, perché il manubrio dev'essere sufficientemente alto da non urtare le ginocchia del gibbone che ci sale sopra) e un tubo sella lunghissimo, d'alluminio, raschiato a mano, perché nero non mi piaceva, e guarda caso del diametro giusto.

Vi dico subito che l'esperimento, compiuto nel Rotazioni Lab, è fallito.
Pedalare una mini bike così congegnata è è uno stillicidio e può essere al limite usata dentro casa (se avete una casa abbastanza ampia), per giretti circoscritti, oppure può essere, con discreto sforzo, impiegata per uso cerimoniale (i.e. Critical Mass). C'è un aspetto che riguarda l'illusione della velocità, che è molto interessante. Se provi la bici in uno spazio piccolo, ti viene da esclamare: "accidenti, quanto corre". Poi, una volta registrati i freni, la linea catena, ecc. ti fai un giro più ampio, vai su una strada normale e ti prendi conto che la bici non cammina proprio. Così è successo anche in questo caso. I rapporti sono troppo 'leggeri'.

Non è possibile migliorare le prestazioni di questi rapporti perché la corona da 30 e dispari denti già quasi tocca il telaio. Aumentare i denti della corona significa urtare il telaio, montare un movimento centrale più lungo vuol dire perdere la linea catena. L'unico possibile miglioramento sarebbe montare un pignone da 16 invece del 18 attuale, ma sarebbe poca cosa. Pignoni più piccoli per la ruota libera non ci sono, ma devo controllare, comunque di sicuro non si arriva agli 11 denti di un pignone per fissa o per mozzo a cassetta. Alla ruota posteriore, con cerchione d'alluminio, ho montato anche lo sgancio rapido, quella anteriore con cerchione di ferro è provvisoria e non ho sprecato fatica.


Le pedivelle molto corte, giuste per i bambini, sono fastidiose anche ad andature medie. Insomma, è un attrezzo divertente, ci farò qualche giretto e la userò come terreno per ulteriori esperimenti. I figli, e anche i nonni dei figli, sono invece entusiasti, la considerano irresistibile e l'hanno provata tutti.

venerdì 10 ottobre 2014

Maker, il documentario, e il Maker movement

Veicolo a pedali alla Maker Faire di Detroit 2010

Si intitola semplicemente "Maker" il documentario sul maker movement prodotto da Yu-Hsiu Yang / Iris Lai , regia e riprese di Mu-Ming Tsai. Sono gli stessi autori di "Design & Thinking" (2011). Il videdo, di cui è disponibile online una versione demo gratuita, ci aiuta a capire l'estrema vitalità e i rivolti sociali di questo fenomeno, che eredita una lunga tradizione di fai-da-te, da decenni un importante settore della creatività e dell'economia. I settori tradizionali dell'hobbistica e del fai da te si sono negli ultimi decenni arricchite delle tante innovazioni tecnologiche, trasformazioni che giustificano anche il nuovo termine "maker culture" che si sovrappone a tutta una serie di attività artigianali che vanno sotto il nome di Do-It Yourself e Do-It-Together. ma non bastano le stampanti tridimensionali a far pensare di essere di fronte a qualcosa di inedito.
Il do-it-yourself (in italiano 'fai-da-te', in francesce bricolage) ha origini remotissime. Potremmo dire che questa attività sia nata quando un uomo industrioso, dopo un accenno di riflessione, forgiò, scheggiandoli, i primi ciottoli per ottenerne un utensile, non ritenendo adatti quelli reperiti in natura. Ciò accadde circa 500 mila anni fa. Il passo successivo fu l'amigdala (bifacciale).


Amigdala
È evidente che il concetto di fai-da-te, inteso come fenomeno di massa e anche fenomeno commerciale, è molto più recente. Va messa in relazione alla produzione in serie, all'obsolescenza dei prodotti, non solo quella programmata, alla pubblicazione di manuali e guide sull'how to. Scartabellando tra i tomi di wikipedia, alla voce 'Do it youself' si scopre che il termine è entrato in uso nella lingua inglese negli anni Cinquanta del Novecento, a indicare un'attività di costruzione, modifica o riparazione senza l'aiuto di professionisti, svolta in ambito domestico. Luoghi elettivi per questa attività il garage, la cantina e la soffitta. Da allora è stato un usseguisi di fenomeni: la nascita di una pubblicistica specializzata che permetteva la divulgazione e il proliferare di competenze e idee che si propagavano grazie a libri, riviste e corsi; grande interesse commerciale per il fenomeno DIY che, con la promessa di far da sé e risparmiare, prometteva lauti guadagni. Tante innovazioni, ma poche novità strutturali, almeno fino alla diffusione di massa del computer domestico.  
Riviste secolari, come "Popular Mechanics" (nata nel 1902) ci ricordano che nella sfera del DIY rientrarono fin dall'inizio le innovazioni in campo elettrico ed elettronico e che, semmai, le diverse manifestazioni del fenomeno erano dovute alle personali inclinazioni e alle necessità di chi praticava il fai-da-te in ambito domestico. Inizialmente le attività domestiche sono suddivise in modo abbastanza tradizionale tra maschili e femminili. Per fortuna queste barriere sono da tempo cadute. All'inizio da un lato abbiamo falegnameria, elettricità, idraulica, muratura, dall'altro cucito, maglia, attività artistiche, gastronomiche. A tutto questo ben presto si affiancò l'elettronica. Si trattò di un settore vitalissimo che permetteva notevoli risparmi, ma richiedeva speciali competenze di base. 
Per limitarci all'Italia, a partire dall'inizio degli anni Cinquanta fu tutto un fiorire di riviste: Radiorama, Elettronica mese Settimana elettronica, fino alla celeberrima  Nuova Elettronica, fondata nel 1969. Potete trovare moltissime riviste in formato pdf, al sito di Francesco Piva, Gruppo di Biologia Computazionale dell'Università Politecnica delle Marchealla voce 'vecchie riviste' (il sito è qui). Queste riviste favorirono la divulgazione dell'hobbistica elettronica presso un pubblico più ampio. Tutto questo per dire che il fai-da-te elettronico precede di vari decenni l'avvento del maker movement e che l'uso dell'elettronica non è la sua cifra più caratteristica. Vediamo invece cosa contraddistingue questo movimento, di cui è difficile stabilire una data di nascita. Il maker movement viene chiamato, forse un po' esageratamente la "terza rivoluzione industriale". Si impernia su concetti come l'open source, la manifattura su scala locale e il reperimento di risorse finanziare attraverso il crowd funding. Rompe l'isolamento dell'hobbista e si proietta su scala mondiale attraverso il web, ma soprattutto lavora su settori ad alto potenziale innovativo, per cui spesso i maker lanciano startup in proprio e vengono reclutati per progetti da grandi aziende. I makers innovano e rilanciano tecnologie aziendali che, a loro volta, spesso non sono nate  in centri di ricerca istituzionali, ma in laboratori e contesti informali e marginali, per poi essere lanciate nel web, nelle aree a forte innovazione, in piccole startup. Spesso le persone coinvolte sono promotrici di una ricerca diffusa, aperta, non legata a copyright, ma da condividere e migliorare.  
Riviste come MakeCraft e fiere come la Maker Faire, di cui recentemente si è svolta a Roma la versione italiana (il sito è ), sono la testimonianza di un crescente interesse per il fenomeno. 
Un aspetto importantissimo è la condivisione sociale, all'opposto della cantina dell'hobbista. Basti pensare alle ciclofficine popolari (in lingua inglese qualcosa di molto simile sono le bike kitchens). Molto interessante,. in questo senso, la nascita recente dei repair cafè, dove si impara a riparare.

Tornando a "Maker", il documentario da cui eravamo partiti, è molto utile per ulteriori indagini scorrere la lista degli intervistati, con cui possiamo iniziare una proficua gita sul web:
  • Alec Foege: Author of 'The Tinkerers'  
  • Barry Katz: Consulting Professor in the Design Division at Stanford University 
  • Bruce Schaar: Member of BioCurious
  • Carl Bass: CEO of Autodesk 
  • Charles Adler: Co-Founder & Adviser of Kickstarter
  • Chris Anderson: Author of “Makers: The New Industrial Revolution”, CEO of 3D Robotics 
  • Dale Dougherty: CEO of Maker Media Inc.  
  • Damien Declercq: Director of New Business Development of Local Motors 
  • Danae Ringelmann: Founder of Indiegogo
  • David Lang & Eric Stackpole: Co-Founder & Founder of OpenROV 
  • Duann Scott: Designer Evangelist of Shapeways
  • Elsa & Mark Bünger: Daughter & Research Director of Lux Research
  • Eric Migicovsky: CEO of Pebble Watch 
  • Gonzalo Martinez: Director of Strategic Research at Autodesk
  • Jeremy Conrad & Helen Zelman: Co-Founders of Lemnos Labs 
  • Jim Newton: Chairman & Founder of TechShop 
  • Kristina Hathaway & Raymond McCauley: Co-Founders of BioCurious
  • Mark Dwight: Founder/CEO of Rickshaw Bagworks; Founder/Chairman of SFMade.org 
  • Matthew Hagan: 3D Printing Engineer of Shapeways
  • Mick Ebeling: Founder of Not impossible Labs
  • Navi Radjou: Co-author of 'Jugaad Innovation'
  • Nemo Gould: An artist and sculptor 
  • Peter Platzer: CEO of Nanosatisifi 
  • Ronald Miloh Alexander: Co-Founder of Type a machine
  • Scott N. Miller: CEO & Co-Founder of Dragon Innovation 
  • Sylvia Todd: Sylvia's Super-Awesome Maker Show
  • Tanya Menendez & Matthew Burnett: Founders of Maker's Row 
  • Tim O'Reilly: Founder of O'Reilly Media. 

martedì 20 maggio 2014

Comunicato labelab / Ravenna 2014

 

L’hi-tech che cambia: «dal Web 3.0 ai Makers» come si muovono consumatori, produttori e aziende?

Ravenna, 19 maggio 2014
Fare i conti con l’ambiente è un singolare festival ecologico nato a Ravenna sette anni fa per volontà di un gruppo di professionisti dell’ambiente, il network labelab, guidato da Giovanni Montresori e Mario Sunseri. Un Festival che, sin dalle origini, ha manifestato tutta la sua originalità, miscelando contenuti dall’alto valore tecnico-scientifico calati all’interno di un “palcoscenico” particolare come il centro storico della città, una delle più suggestive d’Europa.
Il tema della sostenibilità del progresso umano verrà affrontato in chiave scientifica e divulgativa da Umberto Torelli, giornalista del Corriere della Sera, esperto di tematiche Ict, Internet, economia, mondo education e del lavoro. Soprattutto un grande viaggiatore, che racconta sulle pagine del quotidiano milanese l’hi tech che cambia.
“Chi consuma e chi produce?” è una delle domande poste dalla conferenza. L’Asia come grande fabbrica del mondo occidentale, l’India come regno del software. Con squilibri socio-economici crescenti e uno sviluppo industriale che mette a dura prova il futuro stesso della razza umana e del Pianeta.
Si parlerà anche del nuovo fenomeno dei FabLab e dei Makers, gli artigiani digitali del terzo millennio: la Terza Rivoluzione Industriale sarà in grado di “salvare” il mondo globalizzato?
“E’ nel campo ambientale che l’utilizzo dell’hi tech può permettere lo sviluppo delle aziende italiane del nostro settore creando soluzioni innovative – sottolineano Giovanni Montresori e Mario Sunseri, co-direttori dell’evento, “il nostro network e l’evento ravennate permettono la promozione, la continua ricerca e la divulgazione delle migliori pratiche che emergono nei servizi ambientali”

 Appuntamento a Ravenna, giovedì 22 maggio, dalle ore 19 presso Sala Aula Magna, Casa Matha, Piazza Andrea Costa, 3 - Piano 1°.

Fare i conti con l’ambiente/Ravenna2014: come funziona e cosa vedere
L’evento è alquanto ricco, e conta più di 60 iniziative, distribuite in maniera coerente sul territorio e nei 3 giorni della manifestazione. In particolare, sono previste:
 
Conferenze: l’evento principale della tre giorni, con esperti nazionali e internazionali ad introdurre i temi principali;
  • LabMeeting: veri e propri momenti formativi e di approfondimento relativi a tematiche di interesse per operatori, professionisti, enti locali, svolti con l’ausilio di software dedicati e case-studies;
  • Workshop: momenti di dialogo tra esperti del settore;
  • Eventi culturali
Parliamo dalle conferenze: si parte il primo giorno, 21 maggio, con la “bonifica dei siti contaminati”. Parteciperanno Daniele Cazzuffi (CESI SpA, Milano e RemTech Expo, Ferrara), Laura D’Aprile (MATTM), Gernot Döberl (EA, Austria), Donatella Giacopetti (Unione Petrolifera), Frank Swartjes (RIVM, NL), Simonetta Tunesi (ATIA-ISWA). Giovedì 22 nel pomeriggio sarà la volta della conferenza internazionale sulla sostenibilità, con la partecipazione di Luigi Bruzzi (Dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna), Marco Abbiati (Università of Bologna), Alessandra Bonoli (Università di Bologna) e interventi del comitato scientifico internazionale. Venerdì 23 maggio sarà giornata alquanto ricca, con la conferenza sul trattamento e lo smaltimento dei rifiuti contenenti amianto con la partecipazione di illustri relatori del panorama giuridico - tecnico e scientifico italiano che affronteranno la problematica della dismissione delle 32 milioni di tonnellate di “eternit” ancora presenti sul nostro territorio.  Sempre venerdì, la mattina, Marco Fratoddi (direttore de La Nuova Ecologia) parlerà di comunicazione ambientale e delle difficoltà connesse alla comunicazione “green” in Italia. A seguire il tradizionale “labeCamp”, una sorta di non-conferenza “a microfoni aperti” che vedrà la partecipazione di blogger, giornalisti, esperti ed appassionati di ecologia, tutti accomunati dalla voglia di praticare “conversazioni sostenibili”. In chiusura, presso Ravenna Yacht Club, “Luci e ombre sulla gestione del ciclo di vita di uno scafo”.

Fare i conti con l’ambiente/Ravenna2014: gli eventi culturali
Fare i conti con l’ambiente è un vero proprio festival a più voci, in cui il visitatore ha davvero la possibilità di scegliere il tipo e la profondità della sua partecipazione. Accanto ai momenti più accademici e alle conferenze tecnico-scientifiche si snoda infatti un ricchissimo calendario di eventi culturali, che miscela teatro, cinematografia e arte.  Partiamo da Emergenze Creative, a cura di Silvia Cirelli, rassegna artistica che porta nel centro storico di Ravenna un intervento di arte pubblica realizzato appositamente per la manifestazione. In stretto dialogo con la realtà locale, Emergenze Creative si riconferma come opportunità di confronto fra arte e ambiente, con un progetto di richiamo collettivo che ancora una volta evidenzia quanto l’arte contemporanea possa fungere da importante strumento di comunicazione e di sensibilizzazione.

E poi la mostra opeRAEE, in collaborazione con il progetto RAEE in Carcere (un laboratorio creativo che ha lo scopo di promuovere l'inserimento sociale e lavorativo di detenuti o dimessi dal carcere): una selezione dei lavori artistici realizzati tramite il recupero di apparecchi elettrici ed elettronici (RAEE per l'appunto), a dimostrazione di come i rifiuti elettronici possano facilmente diventare arte. RAEE in Carcere nasce nel 2005 dalla collaborazione tra Regione Emilia Romagna, Amministrazione penitenziaria, Hera spa, insieme ai consorzi Ecolight, Ecodom, le cooperative sociali It2, Gulliver e Il Germoglio e le direzioni delle carceri di Bologna, Forlì e Ferrara.

E anche i “live painting” a tema ambientale del gruppo DissensoCreativo.

A Ravenna verrà anche presentato il Libro "Conservare il Valore", saggio di Simonetta Tunesi (Luiss Editrice): introducono David Newmann, Presidente ATIA-ISWA, Antonio Pergolizzi (Legambiente) e Mario Sunseri, ATIA-ISWA.


Ravenna e la comunicazione ambientale
La comunicazione è sempre stato un tema fondante e trasversale per gli eventi di Ravenna. Sin dalla prima edizione, grande importanza è stata data non solo alla diffusione dei risultati e delle presentazioni (attraverso l’utilizzo, tra i primi in Italia, di un blog tematico e dei social media) ma anche alla riflessione sulla comunicazione ambientale in sé. I contributi (negli anni) dei vari Patrizio Roversi, Carlo Brumat, Philippe Daverio, Mario Tozzi, hanno alimentato una discussione mai sopita sull’importanza della comunicazione e sulla difficoltà, talvolta, di fare una buona comunicazione “green” in Italia. Fare i conti con l’ambiente ha stimolato anche la nascita – tra gli altri – di FIMA, la Federazione Italiana dei Giornalisti Ambientali che nelle piazze ravennati ha trovato spunti per organizzarsi e crescere.

Uno dei momenti di comunicazione più interessanti e singolari è il labeCamp, non-conferenza prevista per il 23 maggio, che vedrà la partecipazione di blogger, giornalisti, esperti ed appassionati di ecologia, tutti accomunati dalla voglia di praticare “conversazioni sostenibili”. Il labeCamp sarà coordinato da Vittorio Pasteris, firma del giornalismo e dell’internet nostrano. Strumentalmente parliamo di “tema di partenza” e non di “tema dell’evento” in quanto lo svolgimento del Camp sarà dinamico e fluido ed i contenuti si succederanno uno dentro l’altro come frattali che crescono e muoiono dando vita a nuove discussioni. Una sorta di “stream of consciousness” alla maniera di Joyce, tenendo comunque ben presente il “cappello” originario e primario, “vivere sostenibile: i conti tornano?”. Novambiente, FIMA e La Nuova Ecologia patrocinano la non-conferenza e il giornale di Legambiente pubblicherà gli atti e i contenuti più interessanti che verranno prodotti nel corso della giornata.

LABELAB
Labelab è un team di professionisti operante nel settore dei dei rifiuti, dell’acqua, dell’energia con un team di 50 professionisti nazionali ed internazionali. Le principali iniziative di Labelab riguardano la realizzazione e gestione dei portali internet Rifiutilab (www.rifiutilab.it), Acqualab (www.acqualab.it) ed Energialab (www.energialab.it). Il progetto è nato con l’obiettivo di offrire un contributo all’innovazione del settore della gestione dei rifiuti, dell’acqua e dell’energia attraverso la condivisione della conoscenza e la creazione di una rete di tecnici (progettisti, gestori, fornitori di attrezzature e di servizi, comunità scientifica) diffusa su tutto il territorio nazionale ed internazionale. Le raccolte ed elaborazioni di dati, la diffusione delle informazioni permetteranno infatti il confronto, al fine dell’innovazione, dei settori. Il successo del sito www.rifiutilab.it (attivo dal settembre 2001) e degli altri portali, è testimoniato dall’elevato interesse degli addetti del settore e della comunità scientifica, dai quali viene considerato come lo strumento tecnico privilegiato per l’accesso alle informazioni in rete sui rifiuti.
In coincidenza con la partecipazione italiana all’Expo 2010 di Shanghai dedicata al tema “Better City, better life”, Labelab con i suoi software per la gestione dei servizi ambientali è stata inclusa nell’iniziativa “Italia degli Innovatori” www.italianvalley.it, iniziativa dedicata alle eccellenze tecnologiche del nostro Paese.

martedì 15 aprile 2014

La maker culture, estensione del fai-da-te

La maker culture nasce negli Stati Uniti negli anni Settanta, contro la mercificazione globale della società. Si può considerare l'estensione tecnologica del fai-da-te. Attività produttive innovative possono nascere da questo tipo di approccio, che conbima artigianato e tecnologia.  Inoltre la maker culture cerca l'intreccio di diverse attività creative.
Adattare, riparare, realizzare,
Il motto è: “If you can’t open it, you don’t own it”.
Combattere l'usa e getta, la noia di un oggetto statico o che non soddisfa pienamente le nostre esigenze.

Fonte: Bbc, Radio Wales

Una puntata di Science Cafe, programma di Bbc, Radio Wales, è stata dedicata alla maker culture, qua.




Comunicato Università di Milano-Bicocca


 Avanzi, Ingresso Upcycle  Via Ampère 59, Milano 15 aprile 2014 ore 17.00

Makers and the city

L’Università di Milano-Bicocca e la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, nell'ambito di Laboratorio Expo, organizzano Makers and the city, un workshop dedicato al movimento culturale contemporaneo che rappresenta un'estensione su base tecnologica del tradizionale mondo del fai da te.

La cultura makers nasce negli anni Settanta negli Stati Uniti, in aperto contrasto al processo di mercificazione di ogni ambito della vita. Inizialmente questo approccio makers alla produzione e al sapere veniva stigmatizzato come marginale e utopistico, oggi invece è sempre più visto come potenziale di crescita e sviluppo per l’economia e per le città.

Il workshop è stato organizzato proprio per  fare il punto sulle  nuove forme di attività produttive in cui operano gli “artigiani metropolitani”, makers di prodotti e servizi fortemente innovativi, come il digital manufactoring, le stampanti 3D o l’uso di software per la condivisione di progetti e prototipi.

In particolare, si discuterà di come il supporto istituzionale possa generare e diffondere una pluralità di modelli di azioni "intelligenti" in grado di aumentare le opportunità di sviluppo.


Alla tavola rotonda, coordinata da Serena Vicari responsabile area sociologia urbana di Laboratorio Expo,
intervengono:
Cristina Tajani, Assessore alle Politiche del lavoro, Comune di Milano,
Enzo Mingione, Università Milano- Bicocca,
Sabina Barcucci, curator presso MUSE FabLAB
Francesca Zajczyk, Università Milano Bicocca - Delegata Ateneo per l'EXPO
Massimo Bianchini, Politecnico di Milano

Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.