venerdì 11 marzo 2016

Comunicato Greenpeace

GREENPEACE: CINQUE ANNI DOPO FUKUSHIMA CIRCA CENTOMILA PERSONE NON SONO ANCORA TORNATE A CASA

MOSCA, 9.03.16 – Cinque anni dopo il disastro di Fukushima, avvenuto l’11 marzo 2011, circa centomila persone non sono ancora tornate a casa. I sopravvissuti di Cernobyl continuano a mangiare cibo con livelli di radioattività oltre i limiti, a trent’anni dalla catastrofe che ha privato centinaia di migliaia di persone della loro casa. 

Entrambi i disastri continuano ad avere un impatto sulla vita quotidiana di milioni di persone, come emerge da “L’eredità nucleare di Fukushima e Cernobyl”, una ricerca di Greenpeace condotta in Giappone, Ucraina e Russia.

“Per chi vive  a Fukushima non si intravede la fine di questo incubo” afferma Junichi Sato, direttore esecutivo di Greenpeace Giappone. “L’industria nucleare e i governi di tutto il mondo hanno perpetuato il mito che si può tornare alla normalità dopo un incidente nucleare, ma l’evidenza mostra che questa è solo retorica”.

Dal rapporto di Greenpeace emerge che i governi stanno riducendo le misure di protezione dalla radioattività sia in Giappone che nei Paesi contaminati dal disastro di Cernobyl. Il monitoraggio ambientale e alimentare è stato tagliato nel secondo caso, mentre a Fukushima il governo vuole che la maggioranza della popolazione evacuata faccia rientro a casa nel 2017 anche se le aree sono ancora contaminate. Greenpeace chiede ai governi di continuare a fornire il dovuto sostegno economico ai sopravvissuti di Cernobyl e Fukushima.

Molti effetti negativi sulla salute sono stati osservati nelle comunità colpite da Cernobyl e da Fukushima e il monitoraggio della radioattività nei boschi ha mostrato un rischio elevato per la popolazione. 

Trent’anni dopo Cernobyl circa cinque milioni di persone vivono in aree contaminate, nelle quali il tasso di mortalità è molto più alto della norma, il tasso di natalità è notevolmente più basso, l’incidenza di tumori è aumentata e il manifestarsi di malattie mentali è molto diffuso. A Fukushima, è stata registrata una crescita nell’incidenza di tumori alla tiroide tra i bambini, che non può essere pienamente giustificata dall’aumento dei controlli, e quasi un terzo delle madri che vivevano vicino ai reattori danneggiati ha mostrato sintomi di depressione.

Per la prima volta nella storia del Giappone proprio oggi un tribunale locale ha ordinato lo stop di due reattori nucleari per ragioni di sicurezza. I reattori 3 e 4 di Takahama erano stati riaccesi a fine gennaio, ma il reattore 4 era già stato bloccato dopo tre giorni per un problema tecnico. In Giappone rimangono così al momento solamente due reattori in funzione.


Leggi la sintesi (in italiano) de “L’eredità nucleare di Fukushima e Cernobyl”: http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Leredita-nucleare-di-Fukushima-e-Cernobyl/

A Roma non buche, ma voragini

Comunicato Adoc

ROMA, E’ NUOVA EMERGENZA BUCHE, ALMENO IL 40% DELLE STRADE E’ UN GROVIERA
Dal centro alla periferia la pioggia e l’incuria hanno fatto riemergere il dramma delle buche. Il 5-10% dei romani ogni anno costretto a cambiare pneumatici
Roma, 9 marzo 2016 - Dopo qualche giorno pioggia le strade di Roma, dal centro alla periferia, assomigliano di nuovo ad un grigio groviera, estremamente pericoloso per la sicurezza stradale e critico per la mobilità. Per Adoc sono necessari interventi strutturali profondi, economicamente importanti, di concerto a una rivoluzione del sistema di trasporto pubblico.

“La Capitale perde il Sindaco, ma non le buche. Sono bastati alcuni giorni di pioggia per rendere di nuovo le strade di Roma un vero e proprio pericolo per i cittadini – dichiara Roberto Tascini, Presidente dell’Adoc – stimiamo che almeno il 40% delle strade capitoline soffra di una “emergenza buche”, si è raggiunto un livello di diffusione preoccupante, che moltiplica esponenzialmente i disagi per la mobilità e la sicurezza stradale. E’ evidente che questa situazione drammatica abbia le sue origini nel passato: a causa anche del sistema delle gare d’appalto al massimo ribasso, sistema che verrà opportunatamente abolito, i lavori sul manto stradale sono sempre stati eseguiti con materiali e tecniche non idonei a garantire la conservazione del manto per decenni, che al contrario è tecnicamente possibile. Si è proceduto semplicemente a “rattoppare” le strade, con le conseguenze che tutti i cittadini possono osservare girando per la città. Oltre a costituire un grave pericolo per l’incolumità dei cittadini, le buche di Roma creano un danno anche a livello economico. A cause del manto stradale disconnesso, in particolare nelle zone periferiche, ogni anno circa il 5-10% dei cittadini è costretto a cambiare uno o più pneumatici, per una spesa media oscillante tra i 120 e i 200 euro. E a pagare dazio non sono solo i cittadini ma anche tutti coloro che lavorano con l’auto, come ad esempio i tassisti e lo stesso servizio di trasporto pubblico di superficie. Non possiamo attendere l’arrivo di una nuova amministrazione, bisogna agire adesso. Servono interventi strutturali profondi e duraturi, con investimenti cospicui altrimenti prima o poi verranno a galla le strade dell’antica Roma. Siamo inoltre convinti che l’emergenza buche si attenuerebbe se i cittadini romani non fossero costretti a utilizzare il mezzo privato, anche per brevi spostamenti. Stimiamo che il 60% dei tragitti con il mezzo privato si concretizza in un raggio di 5 km, essendo la maggior parte spostamenti tra quartieri limitrofi. La ragione per cui questi micro-tragitti vengono effettuati con la propria auto sta nel fatto che la mobilità tra zone adiacenti è praticamente inesistente nella Capitale: per lo stesso percorso, con i mezzi pubblici ci si impiega in media tra i 40 minuti e l’ora, con l’auto 15-20 minuti, al netto del traffico. Serve quindi ripensare completamente il servizio di trasporti pubblici, rendendolo più efficiente e smart. Non solo buche, occorrono interventi urgenti anche sull’illuminazione stradale, spesso carente o insufficiente, soprattutto in periferia e sulle vie consolari e agli incroci.”

mmh, la cozza di piattaforma

Comunicato Greenpeace 

GREENPEACE: LE “COZZE DI PIATTAFORMA” FINISCONO NEI NOSTRI PIATTI, CHE GARANZIE ABBIAMO CHE NON SIANO CONTAMINATE?

ROMA, 10.03.16 – Greenpeace pubblica i dati – prodotti da ISPRA su committenza di ENI –  sulla contaminazione ambientale in campioni di cozze raccolti intorno a piattaforme offshore localizzate in Adriatico e di proprietà della stessa ENI: contengono metalli pesanti e idrocarburi. Una parte delle cozze vendute in Italia viene raccolta sui piloni di piattaforme offshore e per questo Greenpeace chiede all’ARPA Emilia Romagna quali garanzie esistano sull’assenza di contaminazione nelle cozze “da piattaforma” immesse in commercio.

I dati raccolti da ISPRA per conto di ENI documentano la presenza di sostanze pericolose nelle cozze raccolte su 19 piattaforme operanti lungo le coste romagnole: metalli pesanti (mercurio, cadmio, piombo e arsenico), benzene e altri idrocarburi policiclici aromatici.

All’allarmante quadro ambientale, descritto nel rapporto “Trivelle fuorilegge” di Greenpeace, si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione perché, in base a quanto si evince dal sito di ENI (https://www.eniday.com/it/sulle-scogliere-di-ferro-2), da più di vent’anni le cozze presenti sulle piattaforme vengono regolarmente raccolte da alcune cooperative romagnole di pescatori e successivamente commercializzate. Queste cozze coprirebbero il 5 per cento della produzione annuale della Regione Emilia Romagna. Solo nel 2014 sarebbero stati immessi sul mercato italiano 7 mila quintali di cozze “da piattaforma”.

Greenpeace non possiede dati sulle produzioni di cozze riferibili alle singole piattaforme. Tuttavia, l’area dove sono situati gli impianti che ENI indica come sede di prelievo commerciale di mitili si sovrappone a quella dove operano alcune delle piattaforme oggetto del rapporto di Greenpeace.

«Molte delle sostanze rinvenute da ISPRA nelle cozze raccolte presso le piattaforme di ENI sono note per essere cancerogene», afferma Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace. «Sostanze come il cadmio e il benzene sono inserite nel gruppo 1 dello IARC (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro delle Nazioni Unite), ovvero tra le sostanze il cui effetto cancerogeno sull’uomo è certo».

D’altra parte, ENI dichiara che “a salvaguardia di quest’area marina [quella in cui sono raccolte le cozze] vengono effettuati monitoraggi periodici da parte delle Capitanerie di Porto, delle ARPA competenti, di ISPRA e CNR-ISMAR”. Greenpeace ha quindi chiesto all’ARPA Emilia Romagna informazioni sui dati dei monitoraggi delle cozze raccolte presso le piattaforme. È urgente avere conferma che le cozze che finiscono nei piatti degli italiani non siano gravemente contaminate come quelle degli studi presentati da ENI al Ministero dell’Ambiente.

«Chiediamo un rapido intervento delle autorità competenti affinché sia garantita trasparenza. E, se necessario, chiediamo che si attuino tutte le misure necessarie per tutelare la salute e la sicurezza alimentare dei consumatori italiani», dichiara Ungherese.

Come minimo, se esistono dati che garantiscono i consumatori sulla sicurezza delle cozze raccolte e vendute in Emilia Romagna, essi non coincidono con i preoccupanti risultati dei monitoraggi che ISPRA ha condotto per conto di ENI. Greenpeace ritiene che su questi temi sia necessaria la massima attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità, ancor più alla vigilia di un referendum sul quale sembra essere calato un preoccupante silenzio.

«Molti tra quanti vorrebbero garantire lunghissima vita alle trivelle nei nostri mari affermano che è tutto a posto, perché entro le 12 miglia si estrae soprattutto gas, una fonte molto meno inquinante del petrolio. Eccoli smentiti: i dati di ENI confermano che le piattaforme a gas inquinano, eccome. E da quanto apprendiamo, questi inquinanti rischiano di finire sulle nostre tavole, nei nostri piatti. Un motivo in più per fermare le trivelle votando Sì al referendum del 17 aprile», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace.


giovedì 10 marzo 2016

Un tram chiamato annoso desiderio

Comunicato stampa
Sabato 12 marzo molti cittadini si ritroveranno al Parco Madre Teresa di Calcutta a Centocelle  per celebrare i dieci anni della delibera di iniziativa popolare 37/06 approvata all’unanimità dal Consiglio comunale per la realizzazione dell’infrastruttura tramviaria Saxa Rubra-Togliatti-Laurentina. All’evento hanno già aderito più di 40 associazioni partecipative e comitati di cittadini di tutta Roma. Molte sono le singole personalità della politica, dell’urbanistica, dell’Università che hanno dato fin qui il loro appoggio. Le adesioni continuano ad arrivare e se ne darà conto sabato mattina. La manifestazione ha ottenuto anche l’adesione e il patrocinio del VII e del V Municipio.
“Questo è già un successo e anche il segno – dice Marcello Paolozza che guidò il comitato promotore della deliberà nel 2005 – che i cittadini non hanno dimenticato quella battaglia di dieci anni fa, in cui furono raccolte da 40 comitati e associazioni cittadine e certificate, una ad una, quasi undicimila firme per far discutere e, infine, approvare la delibera di iniziativa popolare”.
“L’infrastruttura tramviaria – sottolinea Maurizio Battisti coordinatore della Comunità Territoriale del VII Municipio - metterebbe in rete tutte le linee radiali su ferro attualmente esistenti da nord a est e a sud di Roma: Ferrovia Roma Nord, Fl1, Metro B1, Metro B, Fl2, Tram sulla Prenestina, Metro C, Tramvia Termini–Pantano, Metro A, Fl4-6-7-8 Metro B. Insieme al ferro connetterebbe in rete anche la cintura dei Parchi: la Riserva naturale della Marcigliana, il Parco delle Sabine, il Parco Talenti, il Parco Petroselli, il Parco Urbano di Aguzzano, la  Riserva  naturale della Valle dell’Aniene, il Parco Giovanni Palatucci (Tor Tre Teste), il  Parco di Centocelle, il Parco degli Acquedotti e quello che lo comprende dell’Appia antica, tutti ricchi di presenze archeologiche e storiche di grande valore. L’infrastruttura di mobilità attraverserebbe tangenzialmente quartieri popolosi con circa un milione di abitanti”.
“Il pregio della delibera 37/06 sta anche nel fatto, per niente secondario, - prosegue Paolozza - di prescrivere una progettazione partecipata dai cittadini e dalle loro associazioni aperta alle soluzioni più razionali e innovative”. “Là dove questa partecipazione è avvenuta - rileva Battisti - come per il corridoio di mobilità di viale Ciamarra a Cinecittà est, si è potuto constatare come i risultati siano stati più che soddisfacenti, radicando nella coscienza popolare la realizzazione dell’infrastruttura di mobilità”.
Dal canto suo Dario Piermarini portavoce del “Settimo biciclettari” evidenzia che “accanto all’infrastruttura tranviaria deve correre anche una pista ciclabile che sarebbe un pezzo importante di quel GRAB di cui si parla tanto e per il quale tutte le associazioni ciclopedonali si stanno battendo a Roma. Fra Tram e bici, da Saxa Rubra a Laurentina, sarebbe un matrimonio perfetto”.
“Purtroppo fino ad ora – sottolineano i promotori dell’evento - tutte le giunte capitoline hanno lasciato cadere questa delibera. Ma il progetto è ancora valido, utile, assolutamente necessario per cambiare il volto della mobilità in gran parte delle periferie romane del quadrante nord, est, sud”.
Per questo lo vogliono riproporre fin da ora ai futuri Amministratori di Roma che scaturiranno dalle elezioni cittadine del prossimo giugno e chiedono già oggi a tutti i candidati a sindaco della Capitale un impegno al riguardo, preciso, chiaro e vincolante.
“Lo vogliamo riproporre – dicono -, ai memori e agli immemori, con una grande carovana colorata di popolo, in bicicletta, a piedi, col mezzo pubblico che muoverà dai punti di partenza stabiliti per ritrovarci tutti al Parco Madre Teresa di Calcutta a Centocelle. Non per commemorare la delibera 37/06 ma per dire con forza che è più che mai attuale”.
Due biciclettate partiranno per raggiungere il luogo della manifestazione rispettivamente da:
· Laghetto del PARCO DEGLI ACQUEDOTTI ore 10,30;
· PIAZZA PRIMOLI ore 9,15 a e successivamente alle 10,30 davanti alla fermata Metro di PONTE MAMMOLO. Due camminate organizzate dalla Federtrek partiranno rispettivamente alle ore 10,00 da PIAZZA DI CINECITTA’ (davanti sede Municipio) e alle ore 9,30 davanti alla Stazione di PONTE MAMMOLO della Metro B. Chi vuole arrivare col Bus può prendere la linea 451 ai Capolinea di Piazza di Cinecittà (MetroA Fermata Subaugusta) e Ponte Mammolo (Fermata MetroB) .

Obey, Black Gold


"Like tobacco companies, oil and gas companies use their deep pockets to create doubt about climate change and to greenwash their image".  Obey (Shepard Farey)

mercoledì 9 marzo 2016

Il 17 aprile si vota in Italia contro le trivelle

Comunicato Legambiente

Referendum trivellazioni in mare, 17 aprile

Legambiente: “Tempi strettissimi per il coinvolgimento dei cittadini.

Il Governo punta sulla mancata informazione e compromette la partecipazione democratica”

 “La scelta del governo di far votare gli italiani il 17 aprile comporta che i tempi per informare i cittadini sul referendum sulle trivellazioni in mare e sull’importanza del quesito siano strettissimi, ma ce la metteremo tutta per coinvolgere gli italiani in questa partita importantissima”. Rossella Muroni, presidente di Legambiente, torna a sottolineare come la decisione del governo di fissare il referendum il 17 aprile, e di non averlo voluto accorpare alle elezioni amministrative che si terranno più avanti, limiti fortemente le possibilità di coinvolgimento e quindi di partecipazione degli italiani a una consultazione che interessa tutto il paese.
Per legge, la propaganda elettorale, con le sue regole e i suoi divieti, inizia infatti dal 30° giorno antecedente la votazione; in questo caso il 18 marzo, come riportato nella circolare del Ministero dell’Interno del 26 febbraio ai prefetti della Repubblica.
“Sarebbe stato necessario avere più tempo a disposizione per spiegare che tutto il petrolio presente sotto il mare italiano basterebbe al nostro Paese per sole 7 settimane - prosegue Muroni - mentre già oggi produciamo più del 40% di energia da fonti rinnovabili. E che se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere occorre votare Sì, perché così le attività petrolifere in mare entro le 12 miglia andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni”.
Tenendo presente, inoltre, che i promotori di questo referendum sono 9 Consigli Regionali e che, per legge, dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto del Presidente della Repubblica “è fatto divieto alla pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale e indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni”, ci si può rendere conto di quanto siano ristretti i margini dell’informazione ai cittadini su questa consultazione popolare.
I promotori chiedono di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa. Il testo del quesito è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza  e di salvaguardia ambientale”?».
Si voterà in tutta Italia e non solo nelle Regioni che hanno promosso il referendum. Potranno votare anche gli italiani residenti all’estero. Sarà possibile votare soltanto nella giornata di domenica 17 aprile.

Comunicato Greenpeace

TRIVELLE FUORILEGGE: UN RAPPORTO DI GREENPEACE SVELA L’INQUINAMENTO DELLE PIATTAFORME ITALIANE

ROMA, 03.03.16 – Sostanze chimiche inquinanti e pericolose, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, si ritrovano abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono in prossimità di piattaforme offshore presenti in Adriatico, spesso in concentrazioni che eccedono i parametri di legge. Lo rivela il rapporto “Trivelle fuorilegge” pubblicato oggi da Greenpeace in cui, per la prima volta, vengono resi pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari.

I dati elaborati da Greenpeace mostrano una contaminazione ben oltre i limiti previsti dalla legge per almeno una sostanza chimica pericolosa nei tre quarti dei sedimenti marini vicini alle piattaforme (76% nel 2012, 73,5% nel 2013 e 79% nel 2014). Ancor più: i parametri ambientali sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% dei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014. Anche nelle cozze la presenza di sostanze inquinanti ha mostrato evidenti criticità.

«Il quadro che emerge è di una contaminazione grave e diffusa», afferma Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace. «Laddove esistono dei limiti fissati dalla legge, le trivelle assai spesso non li rispettano. Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani. Nei pressi delle piattaforme monitorate si trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi, tra cui il cancro. La situazione si ripete di anno in anno ma ciò nonostante non risulta che siano state ritirate licenze, revocate concessioni o che il Ministero abbia preso altre iniziative per tutelare i nostri mari», conclude Ungherese.

Lo scorso luglio Greenpeace aveva chiesto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, tramite istanza pubblica di accesso agli atti, di ottenere i dati di monitoraggio delle piattaforme presenti nei mari italiani. Il Ministero aveva risposto fornendo soltanto i dati di monitoraggio di 34 impianti, relativi agli anni 2012-2014, dislocati davanti alle coste di Emilia Romagna, Marche e Abruzzo. Delle altre 100 e più piattaforme operanti nei nostri mari, Greenpeace non ha ricevuto alcun dato: o il Ministero non dispone di informazioni in merito (e dunque questi impianti operano senza piani di monitoraggio), oppure lo stesso Ministero ha deciso di non consegnare a Greenpeace tutta la documentazione in suo possesso.

Alla scarsa trasparenza del Ministero e al quadro ambientale critico si aggiunge il fatto che i monitoraggi sono stati eseguiti da ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) su committenza di ENI, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine. In pratica, l’organo istituzionale (ISPRA) chiamato a valutare i risultati del monitoraggio sul mare che circonda le piattaforme offshore – e di conseguenza verificare la non sussistenza di pericoli per l’ambiente e gli ecosistemi marini – opera su committenza della società che possiede le piattaforme oggetto d’indagine (ENI), cosicché il controllore è a libro paga del controllato.

«Con questo rapporto dimostriamo chiaramente che chi estrae idrocarburi nei nostri mari inquina, e lo fa oltre i limiti imposti dalla legge senza apparentemente incorrere in sanzioni o in divieti», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. «Quel che a nessun cittadino sarebbe concesso, è concesso invece ai petrolieri, il cui operato è fuori controllo, nascosto all’opinione pubblica e gestito in maniera opaca. Sono motivi più che sufficienti per spingere gli italiani a partecipare al prossimo referendum sulle trivelle del 17 aprile, e a votare Sì per fermare chi svende e deturpa l’Italia».


Comunicato Greenpeace


TOKYO (GIAPPONE), 04.03.16 - Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima Daiichi avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da “Radiation reloaded”, nuovo rapporto diffuso oggi da Greenpeace Giappone, secondo cui gli elementi radioattivi a lunga vita sono stati assorbiti da piante e animali, riconcentrati tramite le catene alimentari, e trascinati a valle verso l'Oceano Pacifico da tifoni, da inondazioni e dallo scioglimento della neve.

«Il Programma di decontaminazione del governo giapponese non avrà quasi nessun impatto sulla riduzione del rischio ecologico legato all'enorme quantità di radioattività emessa nel disastro nucleare di Fukushima», afferma Kendra Ulrich, senior campaigner nucleare di Greenpeace Giappone. «Già oltre 9 milioni di metri cubi di scorie nucleari sono sparsi su almeno 113 mila siti nella Prefettura di Fukushima. Questo mentre il governo Abe vuol far passare la favola che cinque anni dopo l'incidente nucleare la situazione stia tornando alla normalità. E, purtroppo per le vittime, ciò significa che gli viene raccontato che possono tornare in sicurezza in ambienti in cui i livelli di radiazione sono spesso ancora troppo elevati e circondati dalla una pesante contaminazione».

Con il rapporto lanciato oggi, basato su un grande volume di ricerche scientifiche indipendenti effettuate nelle zone colpite nell’area di Fukushima, l’organizzazione ambientalista denuncia anche la posizione profondamente sbagliata dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica e del governo Abe, sia in termini di rischi di decontaminazione che di rischi per l’ecosistema. Lo studio si basa inoltre sulle analisi dell'impatto ambientale della catastrofe nucleare di Cernobyl, per trarre un'indicazione del possibile futuro delle aree contaminate in Giappone.

Le analisi mostrano come evidenti i seguenti impatti ambientali:

·       Elevate concentrazioni di radioelementi riscontrate nelle nuove foglie e, almeno nel caso del cedro, anche nel polline;
·       Aumento di mutazioni nella crescita degli abeti con l'aumento dei livelli di radioattività;
·       Mutazioni ereditarie riscontrate nelle farfalle tipo Pseudozizeria maha, Dna danneggiato nei vermi nelle zone altamente contaminate e riduzione della fertilità nella rondine comune;
·       Diminuzione dell'abbondanza di 57 specie di uccelli nelle aree a maggiore contaminazione, evidenziata da uno studio di quattro anni;
·       Elevati livelli di contaminazione da cesio riscontrati nei pesci d'acqua dolce di importanza commerciale;
·       Contaminazione radiologica degli estuari che rappresentano uno degli ecosistemi più importanti.
«Ancora non si vede la fine di questa drammatica vicenda per le comunità di Fukushima», continua Ulrich. «Quasi 100 mila persone non sono tornate a casa e molti non saranno mai in grado di farlo. La maggior parte dei cittadini si oppone al riavvio dei reattori nucleari, e molti di essi chiedono lo sviluppo delle fonti rinnovabili, le uniche opzioni sicure e pulite in grado di soddisfare le esigenze del Giappone. Il governo giapponese dovrebbe mettere gli interessi dei suoi cittadini prima di ogni altro», conclude.  

Dal marzo 2011 ad oggi Greenpeace ha condotto 25 indagini radiologiche su Fukushima. Nel 2015, si è concentrata sulla contaminazione delle montagne boscose nel distretto di Iitate, a nord-ovest della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Sia le analisi di Greenpeace che ricerche indipendenti hanno dimostrato come la radioattività si muova dai bacini montani contaminati, fino a entrare negli ecosistemi costieri. Il fiume Abukuma, uno dei più grandi del Giappone, che scorre in gran parte attraverso prefettura di Fukushima, nei primi cento anni dopo l’incidente potrebbe scaricare in mare 111 TBq di Cesio-137 e 44 TBq di Cesio-134.

Attualmente un team di ricercatori di Greenpeace Giappone sta studiando la contaminazione radioattiva dei sedimenti oceanici e alla foce del fiume sulla costa di Fukushima. L'indagine sottomarina è condotta da una nave di ricerca giapponese, con l’appoggio della Rainbow Warrior. Il disastro di Fukushima rappresenta il più grande rilascio di radioattività nell'oceano. Insieme all’incidente nucleare di Cernobyl è l’unico di livello 7 mai verificatosi sinora.